PIU’ SIEROLOGICI, MENO LOCKDOWN

Durante la stesura di questo nostro articolo, il Presidente Conte sta spiegando in TV il nuovo DPCM che divide in fasce “colorate” l’Italia, con le diverse restrizioni alla vita quotidiana per ogni zona, allo scopo di tamponare (termine quanto mai azzeccato) gli effetti della pandemia in atto. Situazione difficile, che da una parte vede la necessità di tutelare la salute pubblica e dall’altra l’impossibilità di mettere economicamente in ginocchio un Paese, già claudicante, che potrebbe non rialzarsi più. Trovare un compromesso accettabile fra questi due aspetti sembra molto difficile, ma abbiamo fatto delle riflessioni che, umilmente, intendiamo porre all’attenzione delle Istituzioni, dei tecnici e degli esperti del settore (con alcuni dei quali abbiamo ovviamente interloquito nei giorni scorsi). Se non abbiamo capito male: il test sierologico non è lo strumento più idoneo per la diagnosi di infezione in atto, ma va alla ricerca essenzialmente di due tipi di anticorpi, denominati IgM e IgG. Quando le IgM sono positive vuol dire che l’infezione è in atto. Quando le IgG sono positive e le IgM negative, vuol dire che l’infezione non è più in atto e che il corpo ha sviluppato una “memoria immunitaria” che lo protegge dal contrarre nuovamente la malattia. In molti casi questa “protezione” dura per anni o per tutta la vita, in altri potrebbe valere per mesi. Nel caso del Covid non è ancora chiaro quanto tempo si rimanga “immuni”. In realtà a determinare l’immunità oltre al titolo anticorpale, che potrebbe anche scendere rapidamente, intervengono i linfociti T, ma non andiamo oltre nelle spiegazioni (https://www.youtube.com/watch?v=m_5Aq3mnxK4), limitandoci a dire che le reinfezioni (vere e accertate) sono molto rare. La memoria immunologica, quindi, impedisce di contrarre la malattia e di contagiare gli altri. Sia nel caso di lockdown generalizzato che parziale, ci chiediamo se non sia utile esentare dalle restrizioni i soggetti dichiarati “immuni” dal test sierologico. L’accuratezza dei test in commercio varia, ma accreditando solo quelli altamente sensibili ed eseguiti nell’ambito del servizio sanitario, magari ciclicamente, ci pare che il rischio sia davvero tollerabile ( https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_ottobre_22/coronavirus-cosa-servono-test-sierologici-cosa-possono-scoprire-af16cb7c-f8e9-11ea-b4b0-f49c5435d3f2.shtml ). Il collegamento fra struttura sanitaria pubblica e forze dell’ordine è presto fatto e il controllo sulla certificazione in possesso del cittadino è del tutto sicuro (molto più che per quello sulle autocertificazioni). La possibilità di non limitare spostamenti e attività per i soggetti con “memoria immunitaria”, sempre nel rispetto delle regole base (mascherina, ecc…) darebbe respiro ad economia e lavoro, salvaguardando la salute. E’ presumibile uno scenario in cui molti lavoratori sarebbero spinti a sottoporsi al test. Ciò porterebbe la comunità scientifica alla capacità di sviluppare più rapidamente uno studio epidemiologico su larga scala, con tutti i benefici che ne conseguirebbero. Un recente studio svolto presso l’Università Cattolica afferma che gli asintomatici entrati in contatto col virus sarebbero oltre 5 milioni in Italia ( https://www.ilriformista.it/coronavirus-lo-studio-rivela-in-italia-5-milioni-di-contagiati-boom-di-asintomatici-170644/?refresh_ce ). Immaginate quanto sarebbe importante avere un ulteriore 10% di popolazione in grado di muoversi liberamente, acquistare e lavorare anche in una situazione di lockdown totale… La nostra è solo una proposta, forse una speranza, la manifestazione di un impegno, consci che il tutto supera le nostre competenze. Tuttavia è pur sempre un ragionamento che crediamo abbia ben più di un fondamento e che rimettiamo all’attenzione di chi ha gli strumenti per valutare. Considerazioni per le quali (forse ingenuamente) speriamo di avere risposta.

Ulteriori info: https://www.youtube.com/watch?v=UNh3MQeovbs

Foto in evidenza di Fernando Zhiminaicela da Pixabay

by SACANDRO

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