“ROMA CITTÀ APERTA – UN FILM NON DEL TUTTO SVELATO”

Per la rubrica “Itidealia presenta libri” oggi vi proponiamo “Roma città aperta – un film non del tutto svelato” scritto da Caterina Capalbo, saggista e storica dell’arte che abbiamo avuto il piacere di intervistare per voi.

Caterina, abbiamo divorato ogni pagina di quello che riteniamo il frutto di una minuziosa ricerca. Roberto Rossellini disse: “Non v’è un momento preciso in cui un film nasce”. Come e quando è nata, invece, l’idea di scrivere questo libro?

Sembra un paradosso, come quello che vide due attori comici, Aldo Fabrizi e Anna Magnani, nei ruoli più drammatici e dolorosi del film, perché io sono arrivata a Roma città aperta mentre ero immersa nello studio del variegato universo della stampa umoristica romana fra il 1943 e il ’45. Si trattava di una comicità ironica e distraente, diametralmente opposta alla tragicità del film ma collocata nello stesso arco temporale. La spinta a inoltrarmi, in una specie di passaggio tra porte scorrevoli, al film di Rossellini è nata in me attraverso Federico Fellini. Il futuro regista della Dolce vita aveva “qualcosa” a che vedere col film di Rossellini e con le redazioni dei giornali umoristici dove, all’epoca, ideava battute e storielle surreali. Il fatto suggestivo che, alla fine del 1944, in qualità di sceneggiatore, insieme a Sergio Amidei, fosse ingaggiato per girare Roma città aperta, fece sì che io ritenessi fondamentale addentrarmi nella storia e nella sceneggiatura del film.

Non solo Rossellini, hai indagato anche sul grande Fellini della Dolce vita…

Sempre per quel gioco di sliding doors, la carriera di Fellini regista è nata dalla partecipazione a un film drammatico come Roma città aperta. Sicuramente entrare nel cast di Roma città aperta per lui significò la libertà, anche se sotto il vigile controllo degli alleati. Difatti, dopo la partecipazione al film, disegnerà e scriverà in modo nuovo con un’ironia pungente e caricaturale, quella che si riscontra nei suoi film. Darà impulso alla sua creatività. È già l’artista che conosciamo attraverso i suoi film.

Sappiamo che sei una storica dell’arte. Hai ripensamenti a riguardo?

No, assolutamente. Questo libro nasce da una mia deformazione mentale, quella che mi porta a capire il cinema come l’immagine artistica. Ricerco i segni nascosti, quella trama di connessioni palesi o nascoste che ci permettono di capire meglio la forma e il contenuto di un’opera d’arte e di approfondirne il messaggio. Spesso si immagina lo storico dell’arte come un narratore del bello, come colui che esalta a parole le qualità di un prodotto artistico, in realtà il vero storico dell’arte compie un lento cammino scientifico fatti di ipotesi e di prove.

Il cinema come opera d’arte ti ha sempre appassionato?

Il cinema è sempre stato nelle mie corde. Certi interessi appaiono e scompaiono come i fiumi carsici e quando affiorano capisci che la mente ha custodito i suoi percorsi oltre il destino e la volontà. Ricordo che durante l’università collaboravo con un noto settimanale romano di politica, costume e società e scrivevo non solo di arte, ma anche di cinema. Andavo alle proiezioni dell’ANICA e partecipavo ai dibattiti, facevo pure le mie contestazioni, e poi scrivevo il pezzo. Bei tempi! Avrei dovuto continuare, ma ho seguito altre strade. Sono sicura che in tutto questo ci sia lo zampino di Fellini. Ha fatto con me quello che faceva con i suoi attori: mi ha condotta per mano in quel pulviscolo di luce che scende dai riflettori e anima la scena.

Ma a un certo punto com’è scattata la motivazione a scrivere proprio di Roma città aperta?

Il film mi ha coinvolta a tal punto che mi sono trovata in un delicato rapporto tra il comico e il tragico. Tra una drammatica e dolorosa verità storica, da una parte, e la comicità, come fuga dalla realtà, sull’altro versante della mia ricerca. Le due cose si alternavano e, in un delicato gioco di invisibili e sottili meccanismi, dove Roma città aperta sfiorava pure, in alcuni punti, la comicità, notai subito che alcune gag, nella prima parte del film, sembravano attinte da quei giornali umoristici che stavo studiando e ho capito quanto l’universo narrativo e popolare, in quegli anni di oppressione, avesse imparato a manifestarsi in sordina attraverso le metafore del sorriso. Ma le curiosità non si sono fermate qui, anzi sono cresciute e ho continuato a studiare il film finché mi sono fatta alcune domande cruciali: ma perché si parla dei partigiani delle montagne di Tagliacozzo? E chi sarebbero questi partigiani? E perché viene citato diverse volte Tagliacozzo? Così ho continuato a cercare finché non sono arrivata alla verità. E questo è stato l’altro percorso, drammatico ma parallelo al precedente, che mi ha condotta al cuore del film.

Come sei arrivata a concepire il libro in questo modo così romanzato e vero, così dettagliato e intenso da restituirci un panorama sul cinema e gli attori dell’epoca e sulla vita dei semplici in balia della guerra?

Non avevo in mente un libro da realizzare ma una ricerca, solo che, una volta immersa nella storia del film, certi personaggi mi sono venuti incontro. Volevano uscire dalla nebbia dell’oblio per entrare in un racconto collettivo dove il cinema era il comune denominatore come lo era la vita nella sua complessità. A quel punto l’indagine poteva complicarsi e, invece, è stato tutto più facile. Ho dato voce ad altre storie, ad altri percorsi che ritenevo fondamentali per capire il film di Rossellini. E mi sono sentita un po’ regista, pensando più al pubblico del cinema, che non al pubblico di lettori.

Cosa trova Rossellini in Abruzzo, a Tagliacozzo?

Rossellini, nei primi anni Quaranta, è un regista che si è affermato attraverso delle pellicole di propaganda sulla guerra e il valore del soldato italiano. Nell’estate del ’43 sta per iniziare un film diverso intitolato Scalo merci e che avrebbe dovuto raccontare la vita e il lavoro dei ferrovieri. I bombardamenti del 19 luglio sullo scalo ferroviario Tiburtino e su San Lorenzo gli sottraggono il set dove avrebbe dovuto girare le prime scene in esterno. Capisce quanto sia pericoloso restare a Roma ma non si dà per vinto. Vuole continuare il film, che verrà modificato in una storia torbida e passionale intitolata Rinuncia e sulla scia di Ossessione di Visconti. Si reca in Abruzzo, a Tagliacozzo, e qui organizza il set con Massimo Girotti e Elly Parvo tra i protagonisti. Purtroppo, dopo aver girato diverse scene, è costretto a interrompere la lavorazione. All’armistizio seguirà l’occupazione nazista e, nella totale mancanza di fondi, il cinema per tutti si fermerà. E, a quel punto, per sfuggire ai bombardamenti e alle retate naziste, Rossellini, con la moglie e i due figli, rimarrà a Tagliacozzo ancora a lungo.

Con l’occupazione tedesca che avvenne nel paese?

Fra il 1943 e il ’44 i tedeschi pattugliavano tutta la zona e requisivano i pochi viveri di un’economia di sussistenza. Il paese era sorvegliatissimo. Il palazzo ducale degli Orsini era un’armeria-prigione. La villa Magni era la residenza del Comandante. C’erano continue perlustrazioni casa per casa per catturare partigiani che si nascondevano. Nonostante la paura c’era solidarietà tra la popolazione e vennero protette delle famiglie ebree e vennero salvati e sfamati molti soldati angloamericani fuggiti dai campi di concentramento dopo i tafferugli dell’8 settembre con la firma dell’Armistizio.

Rossellini nell’inverno del ’43 dobbiamo immaginarlo affettivamente solo, stentiamo a crederlo…

Difatti non si privò dell’amore. A Tagliacozzo visse con una nuova compagna: l’attrice Roswita Schmidt coprotagonista del film che in estate aveva girato in paese. La donna gli rimase accanto e, parlando tedesco, più volte si rivelò provvidenziale. L’ex moglie Marcella e i figli, una volta arrivati i tedeschi a Tagliacozzo, li sistemò a Verrecchie nella casa dove era nascosto Visconti e che stava a poca distanza. Con il ritorno a Roma, dopo la liberazione della città, Rossellini, impegnato nel progetto di Roma città aperta, affidò alla Schmidt il compito di doppiare una crudele aguzzina tedesca e la relegò al semplice ruolo di comparsa nella scena dell’uccisione di Pina. All’orizzonte Roberto aveva altri amori.

Caterina Capalbo

E i partigiani?

Nel paese di Tagliacozzo vivevano brave persone e il cibo non mancava. La vita ritrovava la purezza dei sentimenti e dei rapporti umani. Qui esistevano gli eroi semplici. Quelli che avevano nel cuore la patria e la famiglia nel senso più vasto. C’erano dei giovani partigiani che avevano ben chiara la situazione politico militare. La lotta partigiana, inserita nel film, poteva rivelarsi un tema spinoso che, all’inizio del 1945, ancora nel pieno dell’ultima e pesante fase bellica, rischiava di compromettere le riprese. E se Francesco, uno dei personaggi del film, nella speranza di un futuro migliore, preannuncia: «Noi lottiamo per una cosa che deve venire: per i nostri figli», Rossellini, evitando qualsiasi riferimento all’attentato di via Rasella e alle frange più estremiste dei GAP, vedrà nei partigiani d’Abruzzo la bussola geo-politica verso quella nuova “primavera” che verrà.

A questo punto spiegaci: chi sono i bravi ragazzi di Tagliacozzo citati nel film?

Rossellini a Tagliacozzo vede direttamente come si muove la trama organizzativa dei volontari partigiani sulle montagne d’Abruzzo. Sono bande che cresceranno di numero fino a diventare un vero esercito addestrato. Conosce un giovane tenente degli alpini che si impegna per la causa e gli racconta delle azioni di sabotaggio delle retrovie tedesche. Vede la sua tenacia, il suo ardore, ha prova del suo coraggio. Parla con lui a lungo. Probabilmente questo lo commuove e lo sprona come artista a fare la sua parte, a raccontare questo patriottismo in un film appena fosse chiaro all’orizzonte un nuovo destino per l’Italia.

Continuando sul tema spinoso della lotta partigiana, perché affermi che citare Tagliacozzo nel film “Roma città aperta”, gli risolve il problema con i comunisti e con i cattolici?

Il film racconta dell’occupazione nazista di Roma, avvenuta tra settembre del 1943 e il 6 giugno del ’44, e viene girato all’inizio del 1945 ancora in un clima di guerra civile tra chi voleva una vera e propria rivoluzione dello Stato in senso socialista e chi voleva una pacificazione collettiva che avrebbe consentito la rinascita. C’era un pericoloso conflitto tra l’Italia della repubblica di Salò, in mano ai tedeschi, e l’Italia liberata dagli alleati. Citare, attraverso Tagliacozzo e le sue montagne, le bande partigiane abruzzesi che si accorperanno alla Brigata Maiella, e che erano dichiaratamente apolitiche, consentiva al film di non accendere risentimenti e odio e di passare la censura anglo-americana. Così, accanto al ricordo autobiografico del periodo trascorso nel paese, Rossellini ne trasse con genialità un’efficace strategia comunicativa.

Da questo trasse anche un vantaggio personale?

Al regista questo conferiva il lasciapassare ideologico della sua abiura al fascismo, nonostante l’amicizia con Vittorio Mussolini e i suoi film di sostegno alla guerra del duce a fianco di Hitler. Potrà iniziare quella che sarà la sua nuova vita artistica.

Perché tu parli nel libro anche di Visconti?

Perché Visconti è fondamentale e imprescindibile per la storia che narro. Io parlo di Roma città aperta ma tengo conto delle premesse e delle basi su cui si fondò il film. Non ci sarebbe stato un cambiamento nel cinema di Rossellini senza Ossessione di Visconti, il primo film che, con una felice intuizione di Giuseppe De Santis, fu definito “neorealista”. Luchino già con Ossessione si era schierato con i principi antifascisti tanto che si era visto requisire la pellicola dalle sale. Al contrario di Rossellini, a Roma, subito dopo l’8 settembre, aveva abbracciato la causa della resistenza, e nascondeva nella sua casa di via Salaria, partigiani e ricercati dalla Gestapo. Per sfuggire alla cattura che, purtroppo, avverrà nella primavera del 1944. In una città dove per pochi denari si tradiva chiunque, Luchino si rifugiò in Abruzzo, a cinque chilometri da Tagliacozzo, a Verrecchie, nella casa della governante della sorella Uberta, che aveva sposato un cugino di Rossellini. Rossellini e Visconti, uniti anche da questa parentela, in quei territori di pascoli e boschi montani, nel freddo inverno del ’43, si incontrarono spesso e ragionarono sulla situazione politica e sul futuro del cinema. Ed è facile immaginare i due grandi del cinema italiano infreddoliti davanti al fuoco acceso di un camino e pieni di ardore e di nuovi propositi artistici nonostante i pericoli e le privazioni.

Caterina Capalbo e Stefano Roncoroni alla Casa della Memoria e della Storia

Tu affermi che “la strategia intellettuale di Rossellini è nel saper risolvere i problemi”. Cosa intendi con questa frase?

Risolvere i problemi, è soprattutto quella capacità di non fermarsi di fronte agli ostacoli e di individuare una leva risolutiva. Rossellini non aveva grandi mezzi per girare il film. La pellicola era poca e l’elettricità era scarsa. Ma voleva raggiungere un obiettivo e i mezzi è riuscito anche a inventarseli. Non c’è arte senza invenzione. La sua modernità è nell’aver fatto un grande cinema con il poco che c’era. Con il poco che era rimasto dopo le razzie tedesche prima della ritirata verso il nord. E con tutte le difficoltà delle riprese dal vero fuori dagli studi cinematografici dove andavano escogitati espedienti tecnici anche minimi per poter girare. E con tutte le problematiche connesse alla censura che vagliava la stampa, i film e gli spettacoli.

Seppe risolvere anche i problemi con la censura dell’epoca?

Tutto il film ci mostra un’Italia attendista più che un Italia fascista o antifascista. Sì, ci sono giovani eroi e martiri, ma il vero nemico è il nazismo. La vera crudeltà mostruosa e depravata appartiene ai nazisti. Gli italiani sono soprattutto vittime della guerra e di scelte politiche sbagliate. Nel momento in cui fu chiaro che il fascismo sarebbe stato sconfitto era necessario, in vista delle trattative di pace, dare agli alleati l’immagine di un’Italia che voleva voltare pagina verso un futuro migliore. La leva concreta dell’eroismo e delle sofferenze del popolo italiano stendeva un velo sulle adunate di Piazza Venezia sotto il balcone del duce. E se, nel film, Rossellini non può esplicitare azioni e guerriglie partigiane riesce però, attraverso il milione che don Pietro consegnerà a uno dei bravi ragazzi di Tagliacozzo, a chiedere agli alleati di sovvenzionare la lotta partigiana sull’Appennino.

Pensate siano queste le poche domande che abbiamo fatto a Caterina? Ovviamente non è così, ma sono le sole che pubblichiamo, perché sarebbe ingiusto togliervi il gusto di scoprire questo libro capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina. Un libro che, a nostro giudizio, non può mancare in casa di chiunque sia appassionato di cinema e storia. Le numerose foto e illustrazioni sono corredate da precise ed esaurienti didascalie. Il racconto ci porta a conoscere, e riconoscere, numerosi personaggi che si intrecciano in un’unica trama, con riferimenti reali e documentati, al centro della quale c’è il Rossellini uomo, prima che regista. Una ragnatela nella quale è bello perdersi coscientemente.

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By SACANDRO

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