LOTTAVA RIMA”: MUSICA, POESIA E MEMORIA DELL’APPENNINO

Oggi vi presentiamo un’associazione un po’ particolare, nata da esperienze artistiche e collaborazioni tra tanti poeti dell’appennino. Uno spettacolo perpetuo tra la storia e la riscoperta di radici ancora vive. Per farlo abbiamo intervistato Stefano Fabbroni, esponente illustre di questo bellissimo progetto.

Stefano, cosa si intende per “ottava rima”?

Si intendono molte cose che vanno al di là della sua composizione formale in strofe di otto endecasillabi, versi in rima alternata cantata per i primi sei di essi e in rima baciata nel distico finale. Essa ovviamente ha varianti corrispondenti regionali (esempio l’ottava siciliana fatta di soli versi alternati) e internazionali come per esempio la “octava real” e altre forme poetiche nelle lingue romanze e anglofone. E’ di fatto anche una sfida mentale che sta nel comporre in un verso che fa parte della propria formazione linguistica di base; è una sfida sociale nel saper corrispondere un verso ed essere superiore nella capacità figurativa, allusiva e metaforica. Potremmo dire il Poetry Slam secondo antiche melodie, se volessimo banalizzare, ma anche la capacità compositiva di saper esprimere versi in maggiore o minore, secondo l’abilità di posizionare gli accenti all’interno del piede, ma non secondo un manuale di linguistica, piuttosto quasi esclusivamente attraverso lo sviluppo dell’orecchio musicale relativo.

Chi erano e chi sono i poeti contadini?

Ho conosciuto improvvisatori contadini su stornelli e quartine nella mia area di origine, quella fermano-maceratese-camerte, in quanto la tradizione dell’ottava improvvisata era rimasta solo in zone più interne dell’Appennino, come Ussita e oltre i Monti Sibillini sul versante che guarda ai monti della Laga. Il canto alla poeta, registrato negli anni ‘60 in queste aree, oltre che le numerose opere teatrali e filodrammatiche contenenti ottava rima in tutto il maceratese, con un significativo repertorio, però, testimoniano un’intensa pratica e conoscenza di questo verso della poesia classica, popolare dai tempi del volgare fino alla prima metà del 1900. Per i poeti contadini e il loro essere nella società di allora, ne ha dato una significativa definizione Graziano Ligi, scrivendo: “certo il poetare era un’attività più che secondaria, un divertimento da festa, ma si può ipotizzare che investisse molto piú tempo di quanto era dato a vedere: durante il lavoro nei campi, nelle macchie o quando si portavano a pascolare le greggi erano molti i pensieri dedicati alla poesia. In questo tempo, una volta individuato l’argomento, si strutturavano le ottave, poi tornati a casa, venivano trascritte. Giorno dopo giorno, prendeva forma la composizione, in una lenta e silenziosa costruzione, così come costruisce la natura. Poi, nella giusta occasione, se ne dava udienza. Si cantava nelle osterie, nelle feste patronali, fino ad arrivare alle campagne romane, luogo delle migrazioni stagionali”.

Cosa sono le satrie?

Sàtria è il modo in cui chiamavano queste sfide poetiche e questo modo di cantare, così come ha riferito Orfeo Crescentini in un’intervista rilasciata a Guido Guidarelli Mattioli, in un’area compresa fra Catria, Cucco e Strega. Orfeo Crescentini è il figlio di Oreste Crescentini, uno dei poeti di Rotondo, frazione di Sassoferratto, fra i più ricordati, che fu protagonista di una dolorosa, ma anche gloriosa generazione di poesia e di lotta e di emigrazione ed emancipazione. G.P Borghi ha accostato a Sàtrie il termine “Bernescanti”, come rafforzativo e connotativo dello spirito di queste comunità di poeti, che poi si diramavano e si incontravano non solo nelle frazioni più interne dell’Appennino, ma anche nella colline di Arcevia e delle sue tante frazioni fino al tempo della Miniera di Zolfo e fino agli anni ‘70 e ‘80, in cui gli ultimi significativi rappresentanti hanno continuato a cantare in queste zone. Oreste Crescentini, in particolare, ebbe anche un ruolo sindacale importante all’inizio degli anni ‘50, in quanto componente di commissioni sindacali durante il periodo della lotta dei sepolti vivi, altri poeti parteciparono all’occupazione e poi continuarono la loro corrispondenza poetica a distanza per molti anni, di cui abbiamo numerose tracce scritte e autografe. Ecco quindi che il poeta ha una propria base di consenso e ruolo di rappresentanza sociale, di motivatore e capacità di convincere la propria piccola o grande base di uditori, di essere a suo modo attore non di secondo piano nella comunità.

Qual è la reale differenza tra la poesia cosiddetta colta e la poesia popolare?

Il tema sarebbe quantomai vasto. Io credo che siano universi sempre stati in comunicazione, così lo sono state le poesie di corte e i poemi cavallereschi in passato e i loro allestimenti e rappresentazioni parziali e ridotti dei cantastorie, nelle opere liriche, ma anche come strumento di Panem et Circenses, poemi eziologici e quindi strumento di potere dell’uomo sull’uomo. Penso inoltre che essi dialoghino e si espandano attraverso fenomeni imitativi ed empatici, oggi come in passato, attraverso forme oggi sicuramente più estreme e globalizzate e stranianti, grazie ai Media di Massa e l’industria culturale contemporanea.

Esse sono parte della cultura derivante dall’industria culturale dei media di massa e la loro élite e produttori di magie sceniche, così come i processi imitativi popolari creano e riverberano continuamente nella base e creano e disfano comunità spontanee di canto, identità e parasocializzazione. Si pensi ad un fan club del Milan a San Giovanni Rotondo, nato dal condividere l’abbonamento della TV Satellitare e poi aggregata in ricorsive trasferte nelle cattedrali dello spirito di San Siro e relativo merchandising e abbigliamento rituale e nelle date mitiche delle finali o sempre più numerose trasferte europee, portando i loro cori preparati nel pullman o nell’aereo o nelle bettole acchiappa tifosi intorno allo stadio.
Tali comunità popolari hanno un peso politico, valore economico, culturale e impronta ambientale e agiscono come le antiche comunità e corporazioni, con i loro riti e proseliti e gradi di affezione e contrasto ideologico, in maniera cooperativa o competitiva.

Perché molti poeti popolari considerano Ludovico Ariosto come loro punto di riferimento?

Forse perché rappresentava uno stile aureo e un’età mitica dei poemi cavallereschi e della loro diffusione su moltissimi territori della penisola italiana e non solo: esistono molteplici copie e versioni, traduzioni e nuove edizioni non solo scolastiche o declinazioni per esempio del Furioso (ne esiste anche uno sceneggiato TV degli anni ‘60 e ultimamente anche Vinicio Capossela ha dedicato attenzione al Furioso). Spesso, nel tempo, i suoi versi sono stati terra di libero saccheggio e postproduzione di fogli di cantastorie e questa è la sua forza popolare. Esso rappresenta bene, se ci si immerge nei suoi episodi dei suoi poemi, non solo un poema eziologico, ma attraverso l’epopea e i caratteri teatrali dei personaggi, archetipi in cui la tenzone tra reale e immaginazione, tra il fantascientifico (il viaggio sulla luna) e il fantasy o un’amor etereo e generoso come quello di Logistilla, che diventano tradizione e che domani potrebbe essere nuovamente riletto e traslato in altre vesti morali o moraleggianti. Ariosto e non solo sono le “muse”, i modelli a cui si viene introdotti e a cui si aspira, anche solo per la longevità e pervasività della propria opera nel tempo. ma essa perdura per la ragione stessa che viene continuamente tradita. Ovvero, se di un’opera continui a fare carne da macello e quanti più invitati al banchetto ne gradiranno il sapore e l’aroma musicale, saranno poi spinti a riprovare l’alchimia e un nuovo temporaneo piacevole o spiacevole incontro.

Cosa si intende per “contrasto”? Qual è la tecnica d’improvvisazione che regola la tenzone tra i poeti?

Le regole sono molte, molte implicite nella relazione che si stabilisce nel canto o prima di esso, altre esplicite. Una regola esplicita è che il contrasto si compone all’interno di un argomento che vede spesso idee e poli contrapposti confrontarsi nell’ideologia e nel sentire comune. Anche qui vi è un richiamo forte implicito alla maieutica del Dialogo Socratico. I Poeti costruiscono nel contrasto un implicito primordiale teatro di figura, ecco quindi che nelle ottave di saluto un poeta può dichiararsi esplicitamente “apprendista” e quindi tutelarsi o esporsi nelle successive a feroce reprimenda del proprio maestro in caso di inciampo. La regola base esplicita è quella di avvicinarsi al buon canto del melisma, comporre per quanto possibile su un endecasillabo pulito o riuscire a mascherarlo bene, ovviamente poi c’è la regola di riprendere l’ultima rima lasciata dal precedente cantore per principiare la propria strofa. La credibilità è la maschera del poeta e tanto più essa è credibile, tanto più sarà memorizzata e replicata.

Che ruolo svolge la musica in ambito di poesia popolare in ottava rima?

La musica o la musicalità vocale è un contrappunto costante nella poesia popolare. L’ottava è un telaio di endecasillabi su cui vengono costruite storie: mentre la musica è l’ordito, la trama sono certamente i personaggi e i caratteri e gli episodi, oltre che le coup de teatre o i cambi di ritmo e la capacità di dare musicalità alla storia e al racconto, è una qualità propria dei poeti e dei sacerdoti, politici e generali. Ritornando un attimo alla domanda precedente, per ognuna di queste categorie e ruoli esiste un “colto” e un “popolare”: si pensi alla catena di comando dell’esercito. L’ottava Rima, a livello popolare, ha conosciuto molteplici usi e innumerevoli tavole musicali. E ogni poemetto ha vissuto in ottava le sue epoche e trascrizioni e reinterpretazioni. Mi viene in mente la Ghjorghiétta, poemetto epico in ottava in dialetto dell’area camerte del 1600, originariamente in ottava rima, riportata da Dante Cecchi nel Folklore Maceratese – La letteratura (Cassa di Risparmio di Macerata, 1993). Rileggendone le parti è possibile trovare in ottava rima molti topoi oggi presenti nei testi di poeti popolari delle filodrammatiche maceratesi, oggi in forma di prosa o dialogo o altra forma rappresentazione. Oggi, paradosso, non è presente ancora alcuna versione in ottava rima stampata di Ghjorghiétta, se non negli archivi remoti. Oggi “la musica” può essere interpretata e viene utilizzata anche come multimedialità e quindi i poeti sono registi, spesso voci principali di opere collettive capaci d’impressionare e coinvolgere vaste parti di pubblico, anche grazie ai mass media e la forza di esposizione dei loro mecenati. La radice dell’ottava rima e della poesia tradizionale la sua capacità di formazione propaga i suoi frutti da sempre ancora ben oltre l’orizzonte della terra e godono della piena luce del sole. I manuali di letteratura italiana come il Luperini hanno annoverato i cantautori come De André e De Gregori, Guccini. Altri registi come Benigni, opinionisti come David Riondino, Musicisti come Maurizio Geri, Capossela. Tutti loro hanno forti legami (impliciti o espliciti) con la tradizione e hanno interpretato e tradiscono non solo l’ottava rima, ma rappresentano ad oggi gli Ariosto, i Tasso, i Cavalier Marino del XX secolo.

Quando e perché nasce l’Associazione “Lottava Rima” che tu presiedi? Quali sono le sue attività e le sue finalità?

Si costituisce in forma associativa stabile e riconosciuta a partire dallo scorso anno, ma ha come nuclei al suo interno un gruppo di amici e interpreti della tradizione coagulatosi negli anni sia nella manifestazione del Maggio Pontesano, che ha riportato il Cantamaggio Marchigiano e non solo in Terra ferrarese, promosso nella Comunità Marchigiana di Pontelagoscuro, nata da un cospicuo gruppo di lavoratori ex-Montecatini della Miniera di Cabernardi e Percozzone, che negli anni ‘50 accettarono le condizioni dell’azienda e contribuirono alla costruzione del Patrolchimico di Ferrara, oggi polo ENI. L’associazione Cristalli nella Nebbia, che ha condotto e ripubblicato per la prima volta l’ottava rima di Crescentini e Terzoni, Toccaceli, come propria radice culturale e narrazione della propria epopea di emigrazione in terra ferrarese, grazie al prezioso aiuto di Gian Paolo Borghi e il centro di documentazione Ferrarese da lui diretto negli anni e le altre collaborazioni con le Università e Scuole. Da quelle esperienze e l’incontro con il Teatro di Comunitario, nato negli anni precedenti del Teatro Nucleo, intorno ad Antonio Tassinari, è un altro polo di esperienza confluito nella nostra associazione. Oltre questo una costellazione degli attuali interpreti della tradizione marchigiana e balfolk che negli anni si è cimentata nella ricerca e restituzione in alcuni momenti d’incontro e rituali della comunità Ferrarese e Sassoferratese. Il contenitore del primo spettacolo del 2016 è l’incubatore dei successivi tradimenti e riproposte negli anni, di cui il Festival de Lottava Rima, nato lo scorso anno, all’interno del Bando MArCHEStorie è solo l’ultimo più evidente atto. L’associazione ha poi spostato le sue attenzione anche sulle pubblicazioni e le attività di formazione e strumenti per la formazione, la promozione dei Sentieri Narrati e canto a Matelica e nella zona di Visso e Ussita, la collaborazione con il Bruscello Casentinese (opera teatrale contadina in ottava rima) insieme all’Ecomuseo del Casentino; la collaborazione con le iniziative del FAI, ricerche sui canti tradizionali di lavoro dell’Umbria in collaborazione con FARO Trasimeno, sviluppo e proposte per format innovativi e occasioni d’incontro, fra soci e non.

Perché proprio a Cabernardi il festival dell’ottava rima che inizierà tra pochi giorni?

Perché il nostro primo nucleo di riproposta parte e nasce a Rotondo, che dalla chiusura della Miniera di Zolfo di Cabernardi ha conosciuto uno spopolamento di più del 60% in dieci anni (dal 1951 al 1961), molto superiore a tutte le altre frazioni di Sassoferrato. Qui nacque visse e volle morire Oreste Crescentini, suo fratello Natale, anch’egli poeta e altri personaggi che oggi entrano nel Pantheon di quella generazione di poeti dei tempi della miniera. Il pretesto del racconto nasce dalla disponibilità degli abitanti, soprattutto di Rotondo, la presenza dei testimoni come Domenico Baldoni,che ci hanno aperto le porte della loro memoria per rirappresentare i loro poeti all’interno di uno dei luoghi del canto a braccio spontaneo e delle feste come le osterie e in particolare quella di Moregi, sempre a Rotondo. Quest’anno, coincidente con il 70esimo anniversario della lotta dei sepolti vivi, abbiamo convenuto con l’Amministrazione Comunale di Sassoferrato e le altre associazioni ed Enti che promuovono il Festival (Ass. La Miniera Onlus di Cabernardi, Ass. Palio dello Zolfo di Cabernardi, Proloco di Sassoferrato e Parco Nazionale dello Zolfo di Marche ed Emilia Romagna) di concentrare le iniziative a Cabernardi, pur consapevoli che i Sepolti Vivi non erano residenti o provenienti per la maggior parte da Cabernardi o Cantarino, ma piuttosto provenienti da Pergola, Arcevia, altre frazioni Sassoferrato: quelli probabilmente meno controllati dalla Montecatini. Il programma prevede un piccolo format nuovo, che mischia presente e passato come lo Speed Date con il poeta, per facilitare l’incontro e la raccolta di storie familiari e la loro traduzione in poesia tradizionale (Venerdì 9 settembre dalle 16 alle 17:00 e Sabato 10 alle 11:00 alle 12:00; passeggiate con i poeti che eseguiranno contrasti estemporanei in ottava sui temi del lavoro, dell’ambiente e dell’energia nel Parco Minerario (9-10-11 Settembre dalle 18 alle 20), letture dal Libro “Coppi Maglia Gialla” con uno degli autori e con la partecipazione di Dario Toccaceli e Luigi Grechi De Gregori (Venerdì 9 Settembre alle 21), la proclamazione del secondo Premio/Targa intitolata Domenico Baldoni (Domenica dalle 11:00 alle 12:30); uno spettacolo di Burattini in cui l’ottava Rima dialogherà con la commedia dell’arte e due figure del carnevale Pesarese quali Rabachén e La Cagnera, spettacolo inedito sulla storia dei Sepolti Vivi.

Un curiosità, per finire: chi era Capoccione?

Non so chi fosse stato di preciso. Altri meglio di me hanno approfondito la sua biografia e gli aneddoti che ancora corrono di bocca in bocca nelle occasioni in cui lo spirito della sua poesia. Sono figure, nella mia mente che accosto a miti come all’analfabeta ussitano Giuseppe Rosi (1798-1891) che con la poesia e il canto alla poeta impressionò Garibaldi, lo seguì e oggi il suo busto è oggi sul Pincio, fra i difensori della Repubblica Romana; Beatrice di Pian degli Ontani e altri miti dell’ottocento del canto contadino alla poeta. Posso dire piuttosto chi è oggi Capoccione e cosa rappresenta, grazie agli studi e pubblicazioni di Graziano Ligi e le testimonianze della comunità della frazione Coldipeccio di Scheggia-Pascelupo (PG), che ancora ne tradisce la memoria e ne ripropone l’importanza mitica, di un personaggio probabilmente analfabeta, ma che grazie alla poesia ottiene un ruolo all’interno della comunità e ne lascia una traccia che viene ancora trascritta, citata e recitata in motti e in ammonimenti per il futuro. Il corpus parzialmente ricostruito e ritrascritto nel Libro di Graziano Ligi “Poeti Contadini dell’Appennino Umbro-Marchigiano” (2012) è di fatto uno dei patrimoni immateriali che ci parla dell’età degli Eroi dell’Ottava Rima e la poesia Estemporanea in questa parte dell’Appennino.

Ringraziamo Stefano Fabbroni per la disponibilità.

Per ulteriori info sulle attività dell’associazione “Lottava Rima”: https://lottavarima.wordpress.com/

By Stefano Gatti detto il VONTE

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