Milano, 23 gennaio 1973. La famiglia Franceschi si trova a teatro, tutti tranne Roberto, lui no, lui ha un impegno. Perché è un tipo impegnato Roberto, un tipo da 30 e lode all’Università “Bocconi”, studente in Economia Politica, esponente carismatico del Movimento Studentesco. Un ragazzo tranquillo, per quanto lo si possa essere a 20 anni, tranquillo, ma deciso, con degli ideali saldi, ideali che potrebbero migliorare il Paese. Proprio alla “Bocconi”, quella sera, si tiene un’assemblea, importante come lo sono tutte in quei tempi, ma diversa, perché sono state date delle limitazioni al normale svolgimento ed è stata chiamata la polizia per garantire l’ordine. Forse una parola di troppo, un atteggiamento sopra le righe o giuste rivendicazioni inascoltate con eccessiva veemenza, chissà, a volte basta una scintilla e il fuoco divampa. Tafferugli, scontri tra la polizia e i manifestanti che iniziano a scappare, c’è chi cade e si rialza, ma Roberto no. Lui non si rialza! Viene soccorso sul posto, poi arrivano le ambulanze.
Morto ammazzato. Inizialmente si sostiene che Roberto sia stato colpito da un sasso, ma la smentita non tarda ad arrivare, la causa del ferimento è fin troppo chiara: un proiettile, un proiettile sparato dalla polizia, un proiettile tra altri proiettili. Un proiettile come quello che ha colpito alla schiena un altro Roberto, l’operaio Roberto Piacentini. Una pallottola al dorso, da dietro, alle spalle. I Franceschi tornano a casa dopo il teatro, il telefono squilla, la corsa al policlinico e il colloquio col medico della rianimazione. “Probabilmente non sopravviverà”, parole terribili come terribile è a volte la verità. Un colpo alla nuca, una pallottola, sempre da dietro, Roberto Franceschi morirà una settimana dopo, il 30 gennaio.


Indagini e processo. 26 anni di vicende giudiziarie, tra depistaggi e manomissioni accertate, per giungere al 1999 con nessuna condanna in sede penale, malgrado sia certo che a sparare sia stata un’arma delle forze di polizia. Nessun colpevole, nonostante in sede civile arrivi la condanna per il Ministero dell’Interno per l’uso improprio delle armi da fuoco da parte della polizia. “Il proiettile estratto dalla nuca di Roberto fu esploso dalla pistola in dotazione a un agente di polizia. La pistola fu impugnata, e il colpo sparato, da una persona appartenente alle forze dell’ordine”, “l’uso dell’arma, lungi dall’essere un episodio isolato, si inquadrava in un ricorso generalizzato all’impiego delle armi da fuoco nei confronti di manifestanti che si stavano allontanando dal cordone costituito dagli agenti e quindi in assenza di presupposti che ne potessero far ritenere legittimo l’uso”.
Oggi, 23 gennaio 2024. Nei pressi dell’Università Bocconi si trova un monumento dedicato a Roberto Franceschi. Molti diranno che è solo un simbolo, ma i simboli possono essere importanti se con loro portano la storia, trasformando il ricordo in memoria. Ai piedi sono scritte queste parole: “A Roberto Franceschi e a tutti coloro che nella nuova resistenza, dal ’45 ad oggi, caddero nella lotta per affermare che i mezzi di produzione devono appartenere a chi li usa”. Una realtà eccellente è poi la “Fondazione Roberto Franceschi”, istituita dai suoi familiari che, oltre a mantenere viva la memoria e portare avanti interessanti iniziative, sostiene giovani ricercatori su tematiche che riguardano diseguaglianza e povertà (https://www.fondfranceschi.it/). Nel sito potete trovare anche documentazione relativa al processo.
Fonti: Rai 3, TGR Lombardia, Cristina Franceschi.
By SACANDRO
