COVID-19 E RELAZIONI SOCIALI

Home is where I want to be” sono le parole usate dai Talking Heads che mi girano nella testa da quando è iniziata la quarantena. Forse, e quasi sicuramente, per un meccanismo di auto-convincimento intrapreso spontaneamente dalla mia corteccia cerebrale. Fortunatamente con quest’ultima non devo avere il distanziamento sociale di cui tutti parlano, o per lo meno, non è previsto, per ora, nel decreto ministeriale. Distanziamento sociale all’unanime grido di #iorestoacasa. Al vietnam sanitario del Paese si cerca di reagire ed agire con il tentativo di resilienza da parte di tutti, obbedendo alle linee governative, seppur con qualche deroga: appuntamenti canori per alleviare la tensione, yoga e pilates per distendere i nervi, abilità culinarie nel week-end e solitarie passeggiate in tenuta ginnica, soprattutto per tutti quelli che non possiedono animali domestici che fungono da alibi per eludere le forze dell’ordine. Ma il problema vero non siamo di certo noi che possiamo inventarci, con grande arguzia, questi modi per sopravvivere alla cabin fever, ma tutti quei soggetti per cui il restare a casa diventa davvero problematico.

Photo by Cassie Boca on Unsplash

I senza i fissa dimora, ma anche tutte quelle persone vulnerabili o con disagio (dall’anziano solo, al tossicodipendente, al ragazzo con disabilità, al depresso) o ancora peggio, le donne vittime di violenza (quasi sempre domestica). Parallelamente anche tutti i centri collettivi, dalle carceri ai centri d’accoglienza straordinaria per migranti, ai centri per minori o le case famiglia. Ecco, per loro rimane davvero angustiante restare a casa e, soprattutto, continuare a restarci quotidianamente. Quello che mi spinge ad una profonda riflessione però, non è solo il qui ed ora, ma il dopo, quando inizieremo a fare i conti veramente con ciò che abbiamo provato, sentito, vissuto e quando in alcuni casi si manifesterà quel maledetto disturbo post traumatico da stress.

Photo by DAVID TAPIA SAN MARTIN on Unsplash

Dunque, siamo davvero convinti che per rompere coattivamente la catena di trasmissione del virus attraverso il distanziamento sociale non si arriverà ad uno scollamento del tessuto sociale stesso? E in che modo tutto questo inciderà sulle proprie relazioni sociali e sulla società? Come conviveremo con il generale rispetto delle regole e con il particolare odio contro gli untori del nostro tempo? Cosa ne faremo dei pensieri, dei ragionamenti, delle elucubrazioni svolte con noi stessi in questo periodo di ritiro sociale nel nostro luogo contingentato? Le risposte non sono incluse in questa aperta e condivisa riflessione. Io ho cercato di fornire solo degli spunti, degli interrogativi, forse banali e/o forse prepotenti; ma l’unica cosa che tutti noi abbiamo per il momento è il tempo, tempo per pensare, tempo per riflettere, tempo per risponderci.

By GABRIELLA DI GIOVANNI (20 marzo 2020)

Foto in evidenza by Alexandra Gorn on Unsplash

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.