LA SATIRA “DAL FASCISMO ALL’ALBA DELLA REPUBBLICA”

Per la rubrica “Itidealia presenta libri” oggi vi proponiamo la nuova opera della scrittrice, saggista e storica dell’arte Caterina Capalbo: “DAL FASCISMO ALL’ALBA DELLA REPUBBLICA – Racconto illustrato dell’antigiornale politico-satirico Cantachiaro 1944-1946”. Sempre un grande piacere, per noi, incontrare Caterina, che ci ha concesso gentilmente questa intervista.

Il Cantachiaro nacque il 10 giugno del 1944, proseguì le pubblicazioni nel ’45 e nel ’46 col referendum istituzionale e la proclamazione della repubblica avvenuta esattamente due anni dopo l’uscita del primo numero. In questo arco cronologico si concentra la mia ricerca sebbene il giornale sia durato fino ai primi anni Cinquanta. Sin dall’inizio Cantachiaro ebbe una larghissima diffusione con un vasto pubblico di lettori per quella sua originale combinazione di vignette satiriche e di articoli di protesta politica. Oggi è un patrimonio culturale da salvaguardare nel ruolo di testimone del tempo. Grazie alla preziosa opera di conservazione degli archivi del circuito bibliotecario nazionale, molti numeri di questo giornale sono consultabili nonostante le dispersioni del dopoguerra. Ciò consente agli studiosi di avere una ricca e inesauribile miniera di informazioni sul clima socio-politico dell’Italia durante e dopo il fascismo. L’idea di dedicarmi al Cantachiaro mi venne in mente mentre facevo una ricerca d’archivio sui periodici umoristici del ventennio fascista come Marc’Aurelio, Travaso delle idee, Pasquino, per dirne alcuni. Con la liberazione sorsero nuovi giornali, tra cui Cantachiaro, che mi sembrò subito un mondo nuovo perché l’umorismo cedeva il posto a una satira veemente. Apparivano per la prima volta vignette dissacranti e articoli attraversati da un’orgogliosa rivendicazione di libertà piena di fervore repubblicano antifascista. Il mondo della carta stampata, nel divincolarsi da tutte le catene che ne impedivano il cambiamento, e nel pieno di una guerra civile, con Mussolini e Hitler ancora vivi, trovava nell’ironia un pacifico arsenale bellico, che non uccideva, ma colpiva tutti i bersagli.

Nel 1944 e nel ’45 la satira non era lotta partigiana ma era parte di un lento e difficile processo di rimozione del fascismo e ciò comportava la demolizione satirica di qualunque personaggio politico o istituzionale, vecchio o nuovo, che si presentasse alla ribalta. L’attenzione era vigile verso i problemi che gravavano sul presente e il futuro dell’Italia. A cominciare dal drammatico resoconto dei danni di guerra o delle clausole armistiziali, fino alle colpe di casa Savoia o alla litigiosità dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, per dirne alcuni tra i più sentiti. Qualunque atteggiamento che potesse richiamarsi al precedente modo di fare politica, o che cercasse di scendere a compromessi col fascismo o con la monarchia, era bersagliato. Naturalmente i primi ad essere colpiti furono i due dittatori: Hitler e Mussolini con lo stuolo dei loro seguaci. E questo apparve già molto rivoluzionario. Il 1944 e il 1945 furono anni difficili e cruciali. I forti dissidi tra i rappresentanti del C.L.N. accentuavano il senso di precarietà e di incognita nel popolo; gli alleati da Roma procedevano nella loro avanzata verso il Nord incontrando la forte ostilità dei nazisti e intanto Ivanoe Bonomi, nominato presidente del Consiglio, cercava di mitigare gli attriti e di arruolare il maggior numero di italiani da affiancare all’esercito alleato. In questo clima di incertezza e di ritorno alle armi, un giornale tanto schietto, non poteva avere vita facile e, nel suo percorso di difesa della libertà di stampa, subì diversi colpi di scure della censura. Il primo fu a dicembre del 1944 per aver riportato in quarta pagina e per intero, col titolo Il tragico carnevale continua, il discorso di Mussolini del 16 dicembre 1944 al Teatro lirico di Milano, illustrato con un fotomontaggio del duce su una balilla, assieme a due piccole vignette di Scarpelli. Nel discorso c’era tutta la folle determinazione di Mussolini, sottomesso alla volontà di Hitler, di continuare a combattere a fianco dei tedeschi. La redazione pensò, con una forte dose di ingenuità, che gli italiani, ormai immuni dal pericolo di una ricaduta fascista, dovessero essere informati. Ma le sinistre interpretarono la pubblicazione come una forma di rianimazione del pensiero fascista capace di compromettere la politica del governo Bonomi e i piani strategici degli alleati e, per questo motivo, ne ordineranno il sequestro dalle edicole di molte città del centro Italia.

La satira contribuì a saldare il rapporto tra il popolo e la libertà di pensiero attraverso un’azione demolitrice dell’ideologia fascista e di tutto il suo apparato propagandistico, Durante il fascismo era privilegiato l’umorismo inoffensivo senza un vero spirito critico sulla realtà. Dalla liberazione in poi, oltre a Cantachiaro, testate giornalistiche come Avanti! Pettirosso, Marforio, Liscio e busso, Orlando, Rosso e Nero, L’uomo qualunque, L’uomo che ride, anche se sottostavano alle regole della fornitura di carta e al rispetto dell’organo di controllo anglo americano, il PWB, esercitavano con rinnovata libertà l’arte della vignetta satirica indirizzata a trecentosessanta gradi sulla politica nazionale e internazionale. Il clima di paura e di diffidenza, che avvolgeva la città liberata e l’Italia tutta, imponeva molta prudenza e i disegnatori del Cantachiaro rischiavano molto ma non avevano paura. C’erano quelli più temerari e quelli più guardinghi che evitavano di firmarsi. Ma tutti avevano sotto gli occhi le devastazioni della guerra. Per tutti la satira scaturiva dall’amarezza. Dalla liberazione in poi lo scopo di Cantachiaro, col suo direttore Raffaello Ferruzzi, fu cercare la verità e trovare una risposta alla domanda delle domande: quali e quanti sacrifici avrebbero dovuto sopportare gli italiani in seguito alle trattative di pace? Oggi la satira si dispiega a vari livelli in televisione e più raramente sulla stampa. Forse ha delle finalità meno alte, più confuse e più episodiche. Ci sono versioni eccellenti di forte impatto. Fanno effetto ma si tratta di lampi irrisori nello spazio breve. Nella società del benessere e del consumismo si vuole irridere tutti e sorridere di tutto. Allora, nonostante la miseria e la sconfitta, esisteva una vera e propria cultura del giornale satirico che era, nella sua ritualità, uno spazio speciale di riflessione e di condivisione. Sfogliare un giornale satirico, che demonizzava il despota, significava dare voce a una verità soffocata per anni.

La parte che maggiormente colpisce di questo giornale è la parte grafica, ossia le vignette caricaturali. Nel loro piccolo campo operativo racchiudono il vissuto popolare in relazione al quadro politico e le ho usate come punto di partenza della narrazione, con l’attenzione dovuta ai dettagli. Per esempio, c’è una vignetta di Hugo Giammusso intitolata Scuole all’aperto, che apparentemente sembra blanda e inoffensiva. Vediamo i soldati alleati, che hanno occupato come dormitori tutti gli edifici scolastici della città, costringendo i maestri a portare gli scolari per prati a fare cicoria, trasferendo, per forza di cose, la scuola all’aperto. I bambini e il maestro sopportano con pazienza questa ingerenza. Ci si interroga sui “liberatori”. E i quesiti mal celati sono tanti: si intravedono dietro lo sguardo vuoto e attonito del maestro e dei bambini. C’è in tutto questo il senso di sconfitta e di umiliazione dei romani che subivano una nuova occupazione: quella angloamericana. Le vignette come questa non hanno lo stesso valore documentale delle foto d’epoca però possiedono l’impronta di un percorso artistico dove la realtà non è solo il visibile ma ciò che non è direttamente visibile. Sono come tante piccole finestre aperte sulla vita e il pensiero della gente di quegli anni. E, siccome la mano che le ha generate, è a tutti gli effetti quella di un artista, ogni autore ha il suo modo di vedere, di interpretare e il suo stile.

La sorpresa maggiore l’ho avuta dalle vignette censurate. Alcune di queste chiariscono meglio di altre quanto fosse sottile il confine tra libertà espressiva e censura. Una, per esempio, dettata da uno spirito ancora razzista, mostrava un soldato americano di colore in divisa. Nulla da eccepire, ma era senza scarpe e camminava scalzo tra lo stupore della gente. La didascalia spiegava, peggiorando la situazione, che il soldato aveva le scarpe ma non sapeva cosa farsene come le scimmie. La vignetta non era firmata perché la censura degli alleati era molto vigile e mal tollerava l’ironia sui soldati. L’italiano vinto, che aveva applaudito ai soldati liberatori, mal sopportava una nuova invasione e manifestare questo pensiero in nome della verità costò al giornale la destituzione del direttore. Un’altra vignetta sul numero del 19 maggio 1945 provocò un incidente politico che ebbe un effetto disastroso per il giornale. Era intitolata Vite parallele ed era firmata da Furio Scarpelli che, al contrario di altri, si firmava sempre. Contestava il trattamento di favore, rispetto agli antifascisti veri, verso Luigi Barzini junior che, dopo ampia adesione al fascismo, ebbe come “premio” la nomina a dirigente Rai. La conseguenza, con un effetto domino, fu che il direttore del giornale, verrà destituito e Scarpelli verrà allontanato dal giornale e non potrà più firmarsi fino alla fine del 1945 con la direzione di Pietro Garinei e Sandro Giovannini. Il controllo costante della censura determinava l’anonimato tra gli autori e svelava i caratteri di un’umanità ferita e resa guardinga. Il mio obbiettivo è stato anche quello di identificare gli ideatori delle vignette non firmate. Costoro erano prudenti perché in passato avevano lavorato nei giornali umoristici di regime. Ma, se uno come Gioacchino Colizzi, in arte Attalo, lo riconoscevo tra mille, nonostante i falsi nomi, per altri è stato un vero rompicapo. Divertente, però.

Una cosa è certa mi sono immersa in questa ricerca senza mai annoiarmi rileggendo la storia di quel periodo con occhi diversi. Anzi ero portata ad approfondire aspetti insoliti. Analizzavo le vignette come si fa con un’opera d’arte e scoprivo quanto avevano da comunicare al nostro mondo, al nostro opaco vivere virtuale. Mi chiedevo come avrebbero recepito i giovani lettori queste mie ricerche se ne fosse scaturito un libro. Quando presentai il manoscritto alla mia casa editrice fu subito accolto bene. Conoscevano questo giornale e ne avevano in archivio molti numeri. Il mio era un lavoro di nicchia ma il Cantachiaro, per la sua coraggiosa battaglia di libertà, aveva meritato il mio tempo. Al futuro lettore spero che resti la consapevolezza che l’autonomia di pensiero è racchiusa nei dettami costituzionali ma anche nelle piccole cose, come nel perimetro di una semplice ma arguta vignetta caricaturale.

By Sacandro

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  1. Avatar di Sandro Carucci Sandro Carucci ha detto:

    Caterina Capalbo ha fatto centro di nuovo!

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