NICARAGUA: IL VIAGGIO DI PAOLO FINO A LEON!

Non sappiamo quale fosse il motivo preciso, ma il nostro caro amico Paolo un giorno ha deciso di mettersi in viaggio. Non comprò il biglietto di ritorno, perché non voleva stabilire lui la fine di questa avventura che lo ha portato ad innamorarsi di un Paese lontano, tanto da stabilirsi in un altro continente, in un altro emisfero…in Nicaragua. Il viaggio fino a Leòn è stato molto lungo e singolare, tanto da volerlo condividere.

<<Mi è sempre piaciuta l’idea di scoprire, di viaggiare, di fuggire, fin da quando ero piccolo e sognavo di avere le ali e poter volare. Un giorno come tanti altri, ma con una voglia irresistibile di “rivoluzionare” la mia vita, decisi che, dopo tanti anni, fosse arrivato il momento di viaggiare davvero. Così decisi: si va in America! Partii con la testa piena di sogni e fantasticando avventure. Ero veramente assetato di conoscere posti nuovi e nuove persone. Però si sa che, le avventure vere non sono facili da trovare, così dopo un anno, la mia nuova vita americana cominciava a starmi stretta, ero da punto a capo, si era trasformata in routine. Ci pensai su un po’ di tempo, poi decisi, me ne andrò in Nicaragua! Così cominciai a preparare due zaini con le poche cose di cui avevo bisogno, e a regalare ciò che non avrei potuto portarmi dietro. Salutai le persone che avevo conosciuto durante quell’anno in Costa Rica, persone che, come me, avevano bisogno di “volare” ed erano atterrate per un motivo o per l’altro in America Centrale. Viaggiare ti arricchisce, io in quell’anno avevo cominciato ad arricchirmi, di una ricchezza che non si può perdere o dilapidare, mi sentivo veramente più umano. Proprio tra le conoscenze fatte c’era una ragazza nicaraguense che molto spesso mi parlava della sua città, un posto al nord del paese, quasi sulle sponde del lago Xolotlàn, e quasi sulla costa Pacifica. I suoi racconti mi avevano fatto venir voglia di scoprire questa perla e le sue bellezze.

Lago Xolotlan. Photo by Gabriella Trejoss on Unsplash

Così una mattina presi il bus per Santa Crùz e, una volta arrivato lì, aspettai il secondo che mi avrebbe portato alla frontiera. Lo vidi arrivare da lontano, un Bluebird giallo e nero, adornato come fosse un albero di Natale, pieno di luci colorate e Santini, con tanto di preghiere, attaccati ai vetri. Aggrappato fuori dalla porta con il mezzo ancora in movimento c’era l’aiutante dell’autista, anche bigliettaio, venditore di bibite e cambia-valute, che mi chiese : “Vai alla frontiera ?”; io rispondo di si e, in meno di un attimo, mi prende per un braccio e mi issa a bordo al volo con i miei due zaini, mi prende il più pesante e lo tira sul tetto del mezzo. Arrivammo, dopo un paio di ore di viaggio, alla frontiera. Era piena stagione secca e potevo sentire la polvere fin dentro lo stomaco. Viene il momento di scendere e recuperare lo zaino, e con mia grande felicità l’aiutante dell’autista mi tira lo zaino che aveva lanciato sul tetto, “per fortuna non è andato perso” pensai. La fila era lunga per uscire dal paese ed il caldo e la polvere duri da sopportare. Dopo un’oretta buona di fila tocca a me, porgo il mio documento, l’ufficiale lo prende senza neppure guardarmi in faccia, sfoglia le pagine con i visti, solleva leggermente gli occhi, lo timbra e me lo ridà indietro. Così esco dal paese che mi ha ospitato per un anno, al suono di un colpo di timbro. Mi metto a camminare caricando i miei due zaini, il più pesante dietro le spalle e il più piccolo davanti, le mie scarpe le ho legate per i lacci alla cintura e penzolano ad ogni passo, io indosso un paio di infradito ai piedi, così percorro i circa due chilometri di terra di nessuno. La frontiera nicaraguense è ben diversa da quella Tica, si vede subito che differenza ci sia tra l’economia dei due paesi. All’entrata della migra, centinaia di venditori aspettano i viaggiatori, vendono soprattutto cibo e ricariche telefoniche, gridano cercando di farsi sentire, cercando di attirare clienti, chi offre questo e chi quello, per me è la prima esperienza di quel genere, mi sento curioso e preoccupato allo stesso tempo. Quasi tutti i miei compagni di viaggio ritornano, dopo aver lavorato in Costa Rica, portando soldi e beni di tutti i tipi alle proprie famiglie, i salari là sono più alti mi spiegano, 500 dollari contro gli scarsi 80 del Nicaragua. C’è chi è rimasto lontano dalla famiglia per mesi e porta tanti regali per i figli, c’è chi ritorna a mani vuote esattamente come quando era partito. Gli uomini lavorano quasi tutti nell’edilizia o come guardiani, mentre le donne come bambinaie o addette alle pulizie. La fila per farsi timbrare il visto è lunga e lenta, così ho modo di parlare con i miei vicini che sono curiosi di sapere cosa faccio, da dove vengo, se il mio paese è bello e perché sto viaggiando. Cerco di spiegare al meglio ciò che mi ha spinto ad intraprendere questo lungo viaggio, però nei loro volti vedo mille dubbi e perplessità. Ad un tratto una ragazza mi chiede: “Non capisco, noi da qua vogliamo scappare perché non c’è nulla e tu che vieni da un posto dove hai tutto vorresti vivere qua!”. È difficilissimo da spiegare, mi limito ad un sorriso. Allora cambio discorso: “Ora voglio visitare Leòn.”, e tutti mi augurano buon viaggio. Uscito dalla frontiera il caos aumenta, ai venditori e cambiavalute si sommano molti proprietari di auto che offrono passaggi verso tutte le destinazioni, scorgo gli autobus parcheggiati a un paio di cento metri da me ed affretto il passo per “seminare” tutti gli offerenti. Arrivato ai bus ci sono gli aiutanti dei conduttori che fanno a gara a chi riempie prima il proprio mezzo per poter partire e battere la concorrenza sul tempo. Un tipo robusto mi guarda e grida: “MANAGUA ??”, io rispondo che vado a Leòn, quello mi fa: “A Leòn ci arriverai domani, devi passare per Managua e cambiare, conosco un albergo vicino al terminal.” Gli faccio segno di si con la testa, mi dice di salire e che il viaggio costa 3 dollari, accetto. È già pomeriggio inoltrato e il viaggio è ancora lunghissimo, mi siedo in un posto troppo stretto per chiunque non sia delle dimensioni di un bambino, anche questo è un vecchio scuolabus nordamericano finito dopo innumerevoli mani ad affollare le strade nicaraguensi. Monta anche la ragazza che stava facendo la fila con me alla frontiera, mi guarda, mi sorride e mi chiede se possiamo fare il viaggio vicini, così avrà con chi parlare, io annuisco dicendole che così il viaggio sarà più piacevole anche per me. Si chiama Yissel, manca da casa da 6 mesi e non vede l’ora di riabbracciare i suoi cari, è dovuta andare a lavorare in Costa Rica per far fronte alle necessità della sua famiglia. È giovane Yissel però sulle sue spalle ha molta gente, sa di non poter deludere le aspettative. Mi racconta che uno dei suoi fratelli è partito per gli States da un paio di anni, e da quel giorno, non ha dato più notizie, così adesso tocca a lei tirare la carretta. Il bus percorre la panamericana direzione nord, passiamo per i grandi campi eolici di Rivas, ci sono pale a vento in ogni direzione, è un investimento con i fondi per lo sviluppo del fondo monetario internazionale, però la corrente elettrica viene rivenduta ai paesi vicini, quindi niente per i nicaraguensi. Nel frattempo Yissel mi fa tante domande, io però non so rispondere a tutte, così scelgo quelle che mi piacciono di più: mi chiede com’è l’Italia, se ho mai visto il Papa e il Vaticano e chiaramente della mafia, com’è la mafia. Mi prendo il mio tempo per cercare di raffigurare al meglio il mio paese, le sue bellezze e tradizioni, in quel momento, mentre parlo, mi ricordo di tante persone, della mia famiglia, degli amici, in quel momento mi sento addosso tutta la nostalgia che non sentivo più già da tanto tempo. Yissel mi ascolta con attenzione, poi parte con una nuova domanda che mi fa perdere il filo del discorso e nel frattempo anche le persone sedute davanti a noi si sono interessate alla nostra conversazione, un signore mi dice che conosce un italiano che ha un ristorante di pesce, è famoso e amico stretto del comandante Ortega (tempo dopo scoprii che questo “famoso italiano” aveva fatto parte della squadra di fuoco del sequestro Moro). Nel giro di poco tempo la discussione finisce sul film Pompei, e il dibattito si incentra sui gladiatori e sull’eruzione del Vesuvio del 79d.C., io non ho visto il film, e allora, mi limito ad annuire con la testa alle affermazioni dei miei nuovi amici di viaggio. Mi lascio trasportare dai loro commenti, amano il mio paese, anche se non ci sono mai stati, mi riempie di orgoglio la loro passione, il loro rispetto verso la nostra storia in cui si identificano sicuramente più di quanto io possa fare. Poi, dopo circa un’ora dalla partenza, mi dicono di guardare a destra, là in fondo c’è l’isola di Ometepe, con i suoi due vulcani, con le sue leggende e le sue tradizioni antiche.

Ometepe, Nicaragua. Photo by Ivana Cajina on Unsplash

“Ci devi assolutamente andare”, mi dicono che sia magica e che conserva ancora una natura originale, è l’isola lacustre più grande del continente e, anche il lago che la ospita, è tra i più grandi. Il lago Cocibolca è tra le riserve d’acqua dolce più importanti del pianeta. Il bus si ferma regolarmente per far salire e scendere persone e merci, non esistono fermate vere e proprie, così a volte, si ferma due volte nel giro di 200 metri, le merci le mettono sul tetto del mezzo, ci vuole tempo per farlo, quindi il viaggio si fa ancora più lungo. Caricano di tutto, gabbie con galline, cesti di frutta, valige e addirittura mobili interi (letti, armadi, tavoli con sedie….). Poi arriva il turno delle venditrici, salgono a bordo schiamazzando, offrendo spuntini veloci per i viaggiatori: Rosquillas, chicharones, quesillo e le immancabili gazzose servite in borsette di plastica. Le signore si fanno largo tra i viaggiatori che sono rimasti in piedi nel corridoio, io compro chicharrones (cotica fritta di maiale) e da bere un fresco di cacao, non è il cibo indicato per quel caldo mostruoso, ma non ci sono troppe opzioni, ho fame e la colazione è ormai lontana, giusto un ricordo nel mio stomaco. Procediamo lentamente, il bus è veramente sovraffollato, forse saremo il doppio della capienza normale e sicuramente molto più pesanti del dovuto, quando affrontiamo delle leggere salite il motore soffre, e con quel caldo, anche noi soffriamo, ogni filo d’aria che riesce ad entrare dai finestrini è benvenuto, si suda e al tempo stesso si spera che il vecchio bus ce la faccia a portarci avanti. I miei compagni di viaggio soffrono in maniera composta, con grande dignità, io invece vorrei lamentarmi, vorrei dire :”Che viaggio orribile, e che caldo bestiale che fa!!!” ma mi rendo conto che sarei ridicolo a farlo, sarei l’unico a lamentarmi e mancherei di rispetto alla loro unica maniera di viaggiare che possono permettersi. Il panorama attorno a noi è piatto, niente colline o montagne, solo pascoli secchi, vacche secche (alle quali si possono contare tranquillamente le costole) e alberi di Jicaro, anche loro secchi…. Yissel intanto mi racconta di casa sua, della mamma e dei fratelli e sorelle, vivono a Puerto Cabeza, nella costa Caribe, poco al sud di Cabo Gracias a Dios, mi spiega dei loro illustri antenati, infatti lei è Misquita, sono indigeni sopravvissuti alla colonizzazione e alle infinite repressioni che si sono susseguite da 500 anni a questa parte. Mi spiega la tradizione del Palo de Mayo e del Rondòn, io ascolto senza comprendere tutto, però cerco di immaginare. Arriviamo a Granada, la città coloniale per eccellenza, fondata dai conquistadores, saccheggiata e incendiata varie volte durante la sua storia, bersaglio prediletto dei pirati inglesi prima e nordamericani poi, protagonista delle guerre d’indipendenza e della fine dell’impero spagnolo in America continentale. Il mio destino non è qua, proseguo a nord, però mi riprometto di tornare a Granada, Rivas e Ometepe per passarci del tempo. Durante la breve fermata approfitto per mettermi in piedi e sgranchire le gambe ferme da troppo tempo nella stessa posizione, imprigionate in un sedile troppo piccolo per me. In lontananza vedo i campanili e le cupole della città, è bellissima, sullo sfondo il lago, “il mare dolce”(così soprannominato dagli spagnoli proprio per le sue grandissime dimensioni). Si riparte, finalmente l’aria ricomincia a circolare, finalmente smetto di sudare, ho bisogno di una doccia dico alla mia amica di viaggio, lei annuisce con la testa, mi sento sporco e puzzolente, però mancano ancora per lo meno tre ore a Managua, poi da lì dovrò trovarmi un posto dove dormire e per lavarmi. Dopo mezz’ora circa passiamo alle pendici del vulcano Masaya, è attivo e si può vedere la lava tutto l’anno nel cratere, di tanto in tanto erutta e crea terremoti, però è la normalità. L’America Centrale fa parte della catena di fuoco del Pacifico, terremoti e eruzioni sono qualcosa di naturale, spaventoso sicuramente, mostri con i quali le persone cercano di convivere, si sforzano di accettare questa convivenza con fatalismo o solamente cercando di ignorare il pericolo, definendolo appunto come “la normalità”. Il paesaggio comincia a farsi meno monotono, colline un po più verdi e vulcani rimpiazzano le noiose e secche praterie, ai bordi della strada sfilano vendite di prodotti in legno, un bel legno color rossiccio e dalle venature nere come la pece. Fanno di tutto, tavoli e sedie, comodini, panche, cavallucci e biciclettine per bambini e sedie a dondolo per anziani. Sono ben fatte e ben rifinite, anche se rustiche si nota, anche se di sfuggita che, gli ebanisti sanno lavorare bene, sono dei bravi artigiani che sanno adattarsi agli strumenti basilari, e tirano fuori arte dalla semplicità. Prendiamo una strada che ci porta leggermente in alto, una salita lieve ma costante che ci accompagna verso un clima piacevolmente fresco e subito i miei amici di viaggio tirano fuori dai loro zaini delle camicie a maniche lunghe per coprirsi. Inizialmente questa scena mi da qualche istante di ilarità, ma nel giro di pochi chilometri capisco di non aver pensato all’eventualità di coprirmi, non ho nulla con le maniche lunghe, dovrò resistere, “in fondo non farà poi così freddo” pensai. Mi metto braccia conserte per scaldarmi e nel frattempo entriamo in una zona di nebbia, pensavo di aver abbandonato la nebbia dall’altra parte dell’oceano, di non vederla più, invece rieccola. Oltre al clima e al paesaggio, anche le persone e le loro attività cambiano, qua in montagna l’attività principale è la raccolta di legname per i più disparati utilizzi, ci sono pure delle miniere mi dicono, estraggono oro in questa zona. I bar si susseguono lungo la strada, ci sono molti pic-up parcheggiati e gli uomini sono tutti vestiti con camicie a scacchi, sombrero di pelle, stivali di pelle e revolver con fondina di pelle. È pomeriggio inoltrato, manca poco a Managua, grazie a Dio, si è trattato di un viaggio di circa 500 chilometri, però me lo sento addosso come se fossero stati 5000 !!!! Sono partito presto, e adesso, dopo dodici ore, sto arrivando, mi riposerò stanotte e domani mattina gambe in spalla di nuovo, verso Leòn. Avrei potuto fare il viaggio molto più comodo e molto più veloce, avrei potuto scegliere un trasporto privato per turisti, ma così mi sarei negato il piacere di conoscere persone interessanti, di vivere il viaggio molto più profondamente, di vedere posti originali. Mi sarei di fatto negato il piacere di viaggiare. Sono stanco morto, le mie gambe e la schiena implorano pietà , da adesso, da questo punto fino alla capitale sarà tutta discesa, si va verso il caldo di nuovo, verso la città, verso la doccia, verso la cena. Effettivamente il caldo si fa sentire, è molto più afoso di quello che aspettavo, siamo solo alla periferia ma il caos si fa subito vedere, ci sono più automobili qua che in tutto il resto del paese, moltissime sono auto russe, le “Lada Ziguli”, copie senza licenza delle Fiat 124, ci sono anche numerose “UAZ 469” fuoristrada (eredità della guerra civile degli anni ottanta), anche loro russe, il resto sono Toyota e altre orientali. Anche di povertà ce n’è tanta, troppa, moltissime persone ai semafori chiedendo carità, moltissimi sono bambini. Il Nicaragua è pur sempre la terzultima economia di tutto il continente, peggio solamente Bolivia e Haiti, e a Managua si vede tutta la povertà, non si può nascondere. Il terminal è in un mercato di pellami, l’odore è forte, si vendono sia pelli intere che prodotti finiti come borse, cinture, portafogli ecc. ecc. Yissel mi dice di rimanere vicini, così ci controlliamo gli zaini a vicenda, “è pieno di ladri qua” mi dice prima di scendere dal bus, io le credo e non ho voglia di farmi rubare. Scendiamo, lei mi guida, entriamo nel mercato al coperto, il calore è fortissimo e l’odore di pelle ancora più profondo. Si avvicina un signore con un gran sacco, e mi dice che lui ha vissuto in Texas per trent’anni e che poi lo hanno deportato dopo aver passato qualche mese in “gabbia”, evidentemente mi scambia per nordamericano. Ci tengo a precisargli di essere italiano, ma non sembra gli faccia molta differenza, tira fuori dal sacco una pelle intera di “lagarto” (un piccolo di alligatore), me la vuole vendere, gli spiego una seconda volta che non sono gringo e che non ho per comprare pellame. Vorrei parlare di più con lui però la mia “guida” mi dice che è meglio muoversi verso l’ostello perché è tardi, gli do retta, non penso sia un posto sicuro per me, non è sicuro per un “gringo” qua di sera. Finalmente arriviamo, il quartiere è abbastanza squallido e l’ostello da fuori, non è da meno, spero che il letto sia decente….. C’è un ragazzo ad attenderci, si chiama Lenin, quando mi vede fa proprio un’espressione stupita, poi mi sorride, ci presentiamo, poi candidamente mi rivela che in due anni che lavora lì non aveva mai visto arrivare uno straniero, gli rispondo che c’è sempre una prima volta per tutto. Ci fa strada fino alle stanze, decidiamo di prendere quella con il bagno in camera. Niente, pure la stanza e il letto sono raccapriccianti (fino a quel momento non avevo mai visto nulla di peggio), però sono stanco morto e, dopo averci pensato meno di tre secondi comincio a tirar fuori le cose che mi serviranno per fare la doccia e cambiarmi i vestiti. Ora rimane da riempire lo stomaco, Yissel mi dice che i “comedores” sono posti dove possiamo mangiare bene, posso sperimentare il cibo locale e si spende veramente poco, mi faccio convincere molto in fretta e tutti i miei dubbi li tengo per me. La proprietaria del comedor è una signora molto grossa che ha l’aria di una che non gradisce troppo parlare con gli sconosciuti, forse è abituata ai suoi clienti e non ne cerca di nuovi. Taglia corto e dice: “Vi posso dare carne “asada” accompagnata con tortilla, insalata di “repollo”(cavolo bianco), fagioli e riso. Mi sembra perfetto, con la fame che ho mi mangerei di tutto. Il locale è spartano, tavoli e sedie di plastica , con vista sulla strada dove già si intravedono i primi ubriachi, altri due ragazzi mangiano un paio di tavoli dietro a noi, il resto degli avventori sono uomini adulti che se la ridono tra di loro mangiando e bevendo, non proprio un locale per coppie. Però si mangia bene, la signora ritorna con i nostri piatti (di plastica) e quasi ce li tira sul tavolo, la carne ha un ottimo aspetto e il profumo la dice lunga sulle qualità della cuoca, lei però ha un atteggiamento da caporione . Yissel si mette a ridere guardandomi sconvolto per l’attitudine della signora, mi dice: “Qua si fa così, le donne sono dure perché si caricano tutta la famiglia sulle spalle, con molti figli, mentre la maggioranza delle volte i mariti fanno il meno possibile e alla prima occasione scappano con una donna più giovane. Forse la nostra cuoca è una di quelle donne che ha imparato ad essere dura dalla vita,” “ha imparato proprio bene” penso. Ci porta delle limonate al tavolo, questa volta non le tira, approfitto per cercare di rompere questo muro, le dico che il cibo mi piace molto, lei si limita a guardarmi e se ne va, mi sento in imbarazzo, ma per lo meno Yissel si diverte vedendo la scena. La pancia è piena e la giornata finita, siamo stanchi per il viaggio, dobbiamo svegliarci presto domani, dobbiamo salutarci e riprometterci di incontrarci ancora, da qualche parte, in fondo il Centro America non è immenso! Mi sento un pochino triste per questo arrivederci che ha un sapore di addio, nonostante l’abbia conosciuta solo per un giorno, mi spiace veramente, vorrei andare con lei al Caribe, ma la mia meta è Leòn, il resto del Nicaragua lo visiterò quando sarà il momento giusto per farlo. Il vecchio scuola bus parte, è pieno, io trovo da sedermi nel sedile proprio sopra il passa ruota posteriore, il più scomodo di tutti i sedili. Ci vogliono tre ore da Managua fino a Leòn, sarà una passeggiata rispetto a ieri. Questa volta il mio vicino di posto è una signora anziana, magra con gli occhiali, non sembra interessata a chiacchierare con sconosciuti, sicuramente non vorrebbe mai con me, sono vestito in canottiera, pantaloncini corti e ciabatte infradito. Sicuramente pensa che non sia una persona seria, le persone serie si vestono in ben altra maniera, come scoprirò con il passare degli anni quella nicaraguense è una società all’antica e se si vuole essere presi sul serio bisogna guadagnarsi il rispetto, specialmente quello degli anziani. Il paesaggio torna pianeggiante e secco, quasi desertico, penso che sarebbe il paesaggio perfetto per metterci delle giraffe e antilopi. Le fattorie sono in rovina e in abbandono, non ci sono animali, segno che in questa parte del paese la siccità è una cosa seria, forse troppo. Penso ad alta voce: “È un deserto….”, la signora al mio lato annuisce e dice: “Hanno tagliato tutti gli alberi per fare allevamenti di vacche e campi di cotone tanti anni fa. L’acqua è sparita molto velocemente e non piove più da tanto tempo.” Non sono troppo sorpreso, pensavo a qualcosa di simile. Mi chiede di dove sono, gli dico Italia e lei mi dice di essere appassionata dell’opera di Puccini, mi chiede se conosco al riguardo, le rispondo che qualcosina conosco, in realtà non ne ho la più pallida idea però non voglio offenderla quindi mi limiterò ad annuire come faccio sempre in questi casi. Non ci mette tanto a capire che sono totalmente ignorante in materia, cambia discorso per fortuna, mi dice di essere nata e cresciuta non lontano da dove stiamo passando, ma poi i suoi genitori si trasferirono al nord per dedicarsi al caffè, vive a Matagalpa adesso, i suoi figli e nipoti stanno quasi tutti a Miami, lei ogni tanto va a trovarli, però non gli piace troppo, preferisce il suo paese. Il viaggio passa veloce, intanto la mia vicina di sedile mi dà una lezione di storia: durante la sua vita ha vissuto il regime della famiglia Somoza, il terribile terremoto dell’inizio degli anni settanta, la rivoluzione, la guerra civile, l’embargo economico, l’uragano Mitch, l’altrettanto devastante era liberale e il ritorno dei sandinisti sotto forma di Daniel Ortega…… Mi dice : “La disgrazia più grande del paese sono i politici, tante promesse, poi quando arrivano al potere si dimenticano di tutto e cercano di rimanere presidenti per tutta la vita, e i loro figli uguali.”, io sorrido e le dico di non preoccuparsi, che al mio paese è lo stesso e che da quello che ho visto anche il resto del mondo è uguale. Intanto il bus segue il suo solito ritmo di fermate per caricare persone e merci, seguite da ripartenze lunghissime, rumorosissime e fumosissime. Sulla destra si staglia la cordigliera dei Maribios, vulcani attivi tra i quali c’è il secondo vulcano più giovane del pianeta, il Cerro Negro comparso dal nulla con violentissime eruzioni e terremoti circa un secolo e mezzo fa. Ai lati della strada ci sono tantissime gigantografie della coppia presidenziale che inneggiano alla vittoria del FSLN (Frente Sandinista de Liberaciòn Nacional), già avevo visto molti di questi cartelloni per le strade, ma qua sono veramente moltissimi. Sulle gigantografie compare Ortega e sua moglie, che è anche vicepresidente, felici e con le dita a “V”, per vittoria. Qualche chilometro prima di arrivare alla città un cartello enorme avverte “Benvenuti a Leòn, capitale della rivoluzione sandinista!”, un sfilata di bandiere rosse e nere ai bordi ci accompagna all’ingresso. Per le strade le persone sembrano indaffarate nelle loro faccende, ci sono piccole vendite di cibo e tantissimi “tricicli” a mo di taxi per il trasporto delle persone, la mia compagna di viaggio mi dice che sono economici e ti portano praticamente ovunque. Vedo tanti ragazzi e ragazze in giro con le divise scolastiche, vestito bianco e gonna azzurra per le ragazze e pantaloni neri e camicia bianca per i ragazzi, sono delle scuole pubbliche, quelli che vanno alle private cambiano di colori dipendentemente dalla scuola. Leòn è città universitaria e arrivano da tutto il paese per studiare qua, ci sono università prestigiose e i più meritevoli ambiscono alle preziosissime borse di studio che li condurranno dritti negli Stati Uniti, dove avranno più possibilità, dove potranno ambire a volare in alto. Arriviamo al terminal di autobus, anche li c’è un mercato grande e caotico, saluto la mia amica di viaggio e scendo, lei prosegue ancora verso nord-est. Io ho deciso di rimanere qua un po’ di tempo, a scatola chiusa, senza sapere come mi sarei trovato.

Leòn. Photo by Hermes Rivera on Unsplash

Non sapevo che, Leòn mi avrebbe acchiappato, come una calamita attira il metallo, che avrei fatto ancora viaggi lunghi ma che sarei sempre tornato qua, che mi avrebbe sempre dato nostalgia.>>

Continua…

Un grazie speciale a Paolo Sorci per questo suo racconto che non finisce qui…

Foto in evidenza by Jezer Josué Mejía Otero on Unsplash

by BARZ

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